Dopo Nike®, Apple®

e tante altre multinazionali anche Amazon® sta seguendo il nuovo trend: utilizzare marchi esclusivamente grafici, ossia marchi privi di qualsiasi lettera, parola o numero.

Nelle confezioni e sui camion Amazon®, ad esempio, si vede, in maniera preponderante, esclusivamente la “freccina-sorriso” di Amazon®, che è presente, ad esempio sul sito web, al di sotto della dicitura Amazon® stessa.

I marchi esclusivamente figurativi hanno diversi vantaggi, in primis un immediato riconoscimento, un non necessità di traduzione.

Dal punto di vista della registrazione, inoltre, questi marchi sono ideali: impossibilità di somiglianza semantica o fonetica, distintività certa, impossibilità di essere descrittivi, possibilità di protezione per qualsiasi classa merceologica anche tramite deposito di design.

Tuttavia, personalmente, storco un po’il naso di fronte a tali marchi… insomma il nostro cervello classifica tutto per parole, mi toglie sicurezza non avere parole o lettere.

Se devo raccontare a un amico dell’azienda che vende cose on-line che ha un logo che è una via di mezzo tra un sorriso e una freccia… siamo sicuri che mi capisca?

Se devo cercare on line una maglietta tecnica che ha un logo con una specie di falce… come faccio?

Ma vogliamo compararlo con la bellezza di un logo Coca-Cola®! Chiaro, riconoscibile a distanza, rassicurante!

Se proprio è necessario un simbolo opterei per una via di mezzo: un bel marchio costituito da un monogramma tipo Luis Vuitton®, McDonald’s®, Volkswagen® penso farebbe contento sia il sottoscritto che i pubblicitari!

Qualcomm sostiene che Apple sia indietro di pagamenti di licenze brevettuali di 7 miliardi di dollari! Riporta Reuters. Apple nega il debito e sostiene che Qualcomm stia chiedendo un doppio pagamento di royalties, quando Apple usa i chip di Qualcomm e tramite royalties. Qualcomm a sua volta sostiene che Apple stia cercando di distruggere il suo legittimo business dopo aver concordato con Qualcomm stessa stesso per anni.

Dai presupposti suppongo che Apple versasse cifre annuali a 10 zeri a Qualcomm per licenze brevettuali! Leggo anche che Qualcomm ha un fatturato di 19 miliardi di dollari… ed Apple di 229 G$… la cifra è importante per Qualcomm (al limite del decisivo) ma è significativa anche per Apple…

Devo suggerire ai miei Clienti di brevettare di più e di fare licencing dei brevetti… fidatevi il licensing non funziona solo per i giganti delle tecnologie ma per tutti noi. Certo dobbiamo accontentarci di cifre minori. Io mi accontenterei anche di 3-4 zeri in meno… Voi no?

Come tutti i patent attorney, sono molto sensibile al tema della brevettabilità delle CII (Computer Implemented Inventions), altrimenti detta, per non professionisti “brevettabilità del software” o più recentemente “brevettabilità delle app”. È un tema in continua evoluzione (vedesi G 3/08 EPO) per il quale è necessaria una particolare sensibilità e che mi suscita sempre il timore che ci sia sfuggito qualcosa… (timore per fortuna finora infondato).

I social network, app, cloud e nomi che si moltiplicano cooperano nel creare da parte dei nostri clienti domande complesse alle quali è d’obbligo rispondere correttamente, non solo circa il verdetto finale (è/non è brevettabile), ma anche circa le corrette motivazioni e ragionamenti.

Conseguentemente, venerdì 26 ottobre non mi sono fatto sfuggire l’interessantissimo convegno a Parma “Social networks, proprietà intellettuale e concorrenza”.

Il convegno trattava in gran parte di tematiche quali la privacy, il rapporto tra l’utente e il social network, le fake news, il mercato musicale la PI e la tecnologia… Tutte tematiche che, pur non essendo direttamente parte del mio core, sono per me, professionalmente, interessantissime.

Infatti, come posso consigliare correttamente i nostri clienti se non conosco anche il “terreno circostante” a quello del mio operato?

Così come penso che Cristiano Ronaldo sappia tutto non solo di come gestire il pallone e lo scontro con l’avversario, ma anche di diete, mental coaching, tecniche mentali per intimidire gli avversari e simili, io devo anche sapere che il mio cliente può anche evitare di brevettare un sistema che comunque sarà soggetto a licenza GNU o che, al contrario, un brevetto su una particolare soluzione tecnica è assolutamente da fare perché includerà praticamente tutte le possibili alternative realizzabili.

Il convegno andava anche nello specifico sulle tematiche brevettuali con interventi quali: “I limiti della tutela brevettuale sulle innovazioni applicate ai Social Media” e “Divulgazione sui Social Media e brevettazione”… Potete immaginare che, viste le premesse, avevo qualche dubbio sull’essermi fatto scappare qualche novità, qualche tendenza…

Invece, ho felicemente scoperto che non c’era nulla di nuovo… solite difficoltà nella brevettazione delle CII (e nelle relative spiegazioni al cliente), solita possibilità di anticipare brevetti con filmati di Youtube, pagine di Webarchive.org… Ma certo, risale al 2008 la prima volta nella quale da CTP ho presentato una prova prelevata da Webarchive.org, prima ancora che l’EPO stesso lo menzionasse nelle sue Guidelines (i legali mi confessarono pochi anni dopo che in quell’occasione, leggendo la CTP, la loro mandibola toccò il tavolo 🙂 ).

Nulla di nuovo e quindi nessuna nuova conoscenza acquisita?

Assolutamente no! Convegno massimamente proficuo!

Dopo il convegno so per certo che circa la brevettabilità e i Social Media le nostre conoscenze sono allo stato dell’arte.

Dopo il convegno posso rispondere con sicurezza che posso trattare qualsiasi argomento circa la brevettabilità e i Social Media.

Parafrasando Edison, non ho fallito nell’aggiornarmi ma ho scoperto cosa non necessitava di essere aggiornato.

E voi cosa ne pensate? Vi confrontate con i colleghi/concorrenti circa gli aggiornamenti professionali?

I titoli guadagnati e riportati sul biglietto da visita iniziano ad essere antiestetici 🙂 ! (Ho anche dovuto omettere Consulente tecnico d’Ufficio per il Tribunale di Milano o finivo tutto lo spazio 🙂 ).

Copyright degli emoticon o emojis, marchi sugli emoticon, design di emojis… la domanda “gli emojis sono protetti o liberi?” è molto frequente nel mondo IP in questi ultimi anni.

Il WIPO (World Intellectual Property Office) ha appena pubblicato un articolo in proposito che approfondisce notevolmente la tematica.

Riprendiamo di seguito il concetto con un nostro parere.

Cosa sono gli Emoji

Chiariamo innanzitutto cosa siano gli emojis.

Gli emojis sono “faccine” o piccole figure che possono essere inserite nei messaggi o nei testi in generale in linea con le lettere e parole. Tipici emojis di faccine tristi e sorridenti ma anche di fiori, frutta, animali, bandiere e altro ancora. Gli emojis sono stati recentemente standardizzati (Unicode-defined emojis) da Google® ed Apple®. Conseguentemente, un messaggio contenete emojis può essere trasferito (ad esempio con un copia-incolla) su diverse piattaforme (WhatsApp®, Google Hangout®, Facebook®…) mantenendo inalterati gli emoji: ad un emoji di una faccina sorridente mi corrisponderà sempre un emoji di una faccina sorridente, anche se leggermente diversa a seconda della piattaforma.

Possiamo paragonare gli emojis alle lettere e ai font: a un certo codice digitale corrisponde un emoji specifico, quale una faccina con gli occhi a cuore, ad un altro codice digitale corrisponderà una differente emoji, quale una faccina ridente con lacrime agli occhi e così via. Le differenti espressioni di quest’ultimo emoji sono ad esempio di seguito riportate.

Diverse espressioni di emoji che riportano una faccina ridente con lacrime agli occhi

 

Allo stesso modo, per continuare il parallelo con i caratteri e font, la lettera dell’alfabeto ”A” corrisponde ad un certo codice informatico (codice ASCII) ed è disegnabile in diversi modi, come di seguito illustrato, ma sempre in maniera che la lettera stessa sia riconoscibile.

Diversi font che riportano la lettera “A”

 

Esistono inoltre altri emojis, o icone o disegni, proprietari di piattaforme specifiche e non standardizzati (per il parallelo con l’alfabeto, si tratta di alfabeti segreti noti solo a pochi individui all’interno di una oganizzaizone). Tali Emoji, utilizzati per esempio da Skype®, non sono oggetto del presente approfondimento.

La tutela dei Font

I font sono tutelabili?

Certo che sì. Tramite deposito di design e diritto d’autore.

Esistono siti web che campano sulla vendita di licenze sui font, senza tutela crollerebbe la loro attività.

Le grandi aziende investono parecchio nella creazione e realizzazione di font proprietari, che in questo caso fungono anche da marchio della azienda stessa. Ad esempio la Apple ha creato il font “San Francisco” (https://developer.apple.com/fonts/), Google ha creato il font “Product Sans”(https://design.google/library/evolving-google-identity/), recentemente Netflix ha creato il suo font “Netflix Sans” (http://www.artwort.com/2018/03/22/design/grafica/netflix-sans/).

Sul sito del EUIPO troviamo centinaia di Font registrati come Design.

Ovviamente la tutela dei Font è difficilmente azionabile e forse più frequentemente azionata come contraffazione di marchio o concorrenza sleale (provate a marchiare una bibita con un logo avente un font analogo al font della “Coca-Cola” e scappiatemi dire le reazioni della azienda di Atlanta…)

Oppure ancora la tutela dei font sarà attuata quando troveranno il metodo di rivelare automaticamente i font pubblicati (analogalmente a quanto succede oggi per le immagini), per scoprire font proprietari scaricati illegalmente.

La tutela degli emoji

Non vedo perché la tutela degli emojis debba minimamente variare rispetto alla tutela dei font.

Fino a un anno fa, c’era molto timore e incertezza riguardo a questo settore. In particolare, secondo diverse fonti web, gli emojis più comuni appartenevano alla Apple® e molti altre piattaforme ne stavano alla larga.

Google sviluppò la sua (terribile, lasciatemelo dire) linea di emojis, di seguito riportata.

Emoji Android 7 Nougat

 

Facebook® sviluppò la propria linea di emojis (ancor più terribile):

Emoji Facebook 2016

 

Alcune piattaforme pubblicizzavano la possibilità di dare gratuitamente librerie di emojis, che si definivano quindi “open source emojis” (https://www.kickstarter.com/projects/kagetsuki/phantom-open-emoji).

Open source Emojis phantom

 

Dalla differenza che tutte le librerie conferivano agli emojis era chiaro che esisteva almeno il timore di una forte tutela degli Emojis stessi.

Gli emojis oggi

Oggi quasi tutte le case stanno convergendo su emojis più standard e simili, eloquente è la progressione di Google (nell’immagine di seguito i nuovi emojis (android 8.1) rispetto ai precedenti).

Emoji Android 8.1 Oreo (linea superiore) e Emoji Android 7 Nougat (linea inferiore)

 

Anche Facebook utilizza emojis più standard.

Emoji Facebook 2018

 

Sono disponibili librerie gratuite di emojis assolutamente standard (https://www.emojione.com/emoji/v3).

L’articolo del WIPO

L’articolo del WIPO giunge proprio in questo contesto e, fingendosi un articolo puramente informativo, finisce per essere un importante punto fermo per chiunque voglia affrontare l’argomento, giudici di ogni paese compresi.

Tale articolo arriva a sostenere:

most individual emojis will not receive copyright protection…

…Even if an individual emoji qualifies for copyright protection, its scope of protection may be quite narrow. …

Does the world really need hundreds of slightly different emoji implementations of the smiley? No, but copyright law may motivate platforms to proliferate variations nonetheless.

 

L’articolo del WIPO, sostanzialmente, sostiene che non sia conferibile alcuna protezione agli emoji codificati! L’articolo del WIPO è quindi molto più di un blog post, è una linea guida per la giurisprudenza di tutto il mondo.

Spiego sempre ai Clienti della Lunati & Mazzoni che la priorità brevettuale vale sostanzialmente in tutto il mondo.

Ho recentemente voluto quantificare questo sostanzialmente, cercando tra i paesi che non hanno firmato l’accordo di Parigi e che non fanno parte del WTO (World Trade Organization), oppure tra i paesi che non hanno affatto una tutela brevettuale.

I primi risultano essere: Ethiopia, Kiribati, Nauru, Solomon Islands, Tuvalu, Vanuatu.

I secondi, ossia i paesi che non hanno affatto una tutela brevettuale sono: South Sudan, Somalia, Afghanistan, East Timor, Maldives, Myanmar, Marshall Islands, Micronesia, Palau.

Possiamo riassumere con: il Corno d’Africa, l’Afghanistan, il Myanmar (meglio noto come Birmania) e alcuni arcipelaghi minori in Oceania.

Lunati & Mazzoni has just strengthen the cooperation with Chinese patent offices.

A close cooperation with Chinese patent offices is now essential if you want to provide a good service for Italian and European Companies.

 

marchi registrati hanno valore intrinseco?

La Giulietta di Shakespeare sosteneva: “A rose by any other name would smell as sweet“.

Al Ries nel suo celebre “The 22 Immutable Laws Of Branding”, nominato tra i tre migliori libri di marketing e pubblicità di sempre, sosteneva invece: “Shakespeare was wrong. One not only see what they want to see but also smell what they want to smell”.

In effetti, non ci sentiamo di dare completamente torto ad Al Ries: popoli diversi hanno gusti diversi dettati da diversi fattori antropomorfi e non esiste un unico giudizio su percezioni e sensazioni. Molte percezioni, che riteniamo oggettive, sono invece probabilmente pesantemente influenzate dalle opinioni altrui e da altri fattori, indipendenti dalla quella che noi riteniamo la fonte della sensazione.

Una prima ricaduta nella proprietà industriale di queste considerazioni la abbiamo nei marchi che non devono avere valore intrinseco, ossia i marchi di forma.

Infatti, secondo la legge e giurisprudenza Europea, un marchio di forma deve riguardare un qualcosa che non abbia valore intrinseco, tipicamente che non sia bello, o apprezzato per l’estetica, e che non abbia funzione tecnica. Un marchio di forma riguarda le forme che, esclusivamente, sono degne di tutela perché rimandano al nome del produttore.

Infatti, le bottiglie per contenere i profumi (magari anche il profumo di rosa) sono spesso ritenute influenzare, con il loro aspetto visivo, la sensazione olfattiva del consumatore. In tal caso la bottiglia ha un valore intrinseco, che trasferisce al contenuto. Possiamo quindi concludere che, in molti casi, le bottiglie per profumi non siano registrabili come marchio.

Altre tipologie di contenitori, per bevande, per oggetti e simili, in genere non sono considerate influenzare il prodotto (… non raccontatelo a chi ha appena progettato il packaging raffinatissimo di un prodotto elettronico!).

Una seconda importante ricaduta riguarda tutti i marchi, in primis i marchi verbali e riguarda l’importanza dell’uso del marchio nella registrazione e mantenimento.

In particolare, se le cose stessero come sostiene Al Ries, la tutela dovrebbe essere completamente spostata sulla registrazione del marchio e non sul suo uso, come accade in Francia, Germania e nei marchi in Cina, dove i marchi di fatto non sono sostanzialmente riconosciuti. Infatti, l’ideazione di un marchio appropriato avrebbe un valore inestimabile e degno di tutela senza considerare l’uso.

Al contrario se avesse ragione Shakespeare, la tutela del marchio dovrebbe essere molto più incentrata sull’uso del marchio, come accade negli Stati Uniti, dove sono necessarie periodiche prove d’uso anche per i marchi registrati e dove è necessario impegnarsi ad utilizzare un marchio appena registrato. Infatti, in questo caso, il marchio altro non sarebbe che un’etichetta per distinguere le aziende e prodotti, priva di valore se non utilizzata.

In Italia la tutela del marchio è, a mio parere, nel giusto mezzo: i marchi di fatto sono riconosciuti per usi intensivi ed estensivi e le prove d’uso non devono essere troppo consistenti.

La sentenza alla Corte di Giustizia Europea (CJEU) il 21 settembre 2017, nel caso C-361/15 P e C–405/15 P, EU:C:2017:720 ha chiarito alcuni aspetti circa la presenza di design identici applicati a diversi prodotti.

In primo luogo, la CJEU ha chiarito che un design registrato applicato a una certa categoria di prodotti estende la sua tutela anche su design applicati a differenti categorie di prodotti.

In secondo luogo, la CJEU ha ribadito che, per la valutazione della novità di un design registrato applicato a una certa categoria di prodotti, sono presi in considerazione anche design applicati a differenti categorie di prodotti.

Infine, la CJEU ha stabilito come deve essere interpretato l’art. 7 RCD. Secondo tale articolo un design, per essere utilizzato come un’anteriorità (design che chiameremo “design anteriorità”) che potrebbe annullare un design successivo (design che chiameremo “design in esame”) deve essere considerato pubblico. Inoltre, per essere considerato pubblico tale design anteriorità deve essere pubblicato o esposto, usato in commercio o altrimenti reso pubblico anteriormente, salvo il caso in cui tali fatti non potessero ragionevolmente essere conosciuti nel corso della normale attività commerciale negli ambienti specializzati del settore interessato, operanti nella Comunità.

La CJEU ha chiarito che il “settore interessato” è il settore al quale il design anteriorità appartiene e non il design in esame. La valutazione non è così banale e scontata. Ad esempio, se si cercasse di annullare un design in esame avente per oggetto un’automobile si potrebbe utilizzare un design anteriorità precedente relativo, ad esempio, ad un mouse per computer.

Il design anteriorità relativo al mouse sarebbe considerato “ragionevolmente conosciuto nel corso della normale attività commerciale negli ambienti specializzati del settore interessato” se fosse conosciuto nel settore dei computer e non delle automobili!

La corte suprema del Regno Unito ha introdotto un test per giudicare gli equivalenti tecnici nella contraffazione di brevetti.

Ricordiamo rapidamente che la contraffazione di un brevetto può avvenire letteralmente o per equivalenti. Nel primo caso, tutte le caratteristiche di una rivendicazione indipendente sono letteralmente presenti nel dispositivo oggetto di contraffazione. Nel secondo caso non sono presenti, nel dispositivo oggetto di contraffazione, tutte le caratteristiche di una rivendicazione indipendente ma una o più caratteristiche sono “equivalenti tecnici” delle caratteristiche brevettate.

Per stabilire se una variante è da considerarsi un equivalente tecnico di una caratteristica presente nella rivendicazione è necessario fare un rapido test:

  • La variante raggiunge lo stesso risultato sostanzialmente nello stesso modo dell’invenzione?
  • La variante sarebbe stata ovvia per il tecnico del ramo?
  • Il tecnico del ramo, leggendo il brevetto, avrebbe concluso che lo stretto significato letterale della rivendicazione sarebbe stato un requisito essenziale dell’invenzione?

Se la risposta alle prime due domande è sì e alla terza è no, allora la variante è un equivalente tecnico.

Il sistema di giurisprudenza Anglosassone si sta quindi sempre più avvicinando a quello Tedesco.