La battaglia legale tra Qualcomm e Apple continua. Mentre in Germania sono disponibili, in seguito alle liti, solo alcuni modelli di iPhone, negli USA Qualcomm chiede il divieto di importazione degli iPhone.

La US International Trade Commission (ITC), aveva determinato, a settembre, che gli iPhone Apple con modem Intel sono in contraffazione un brevetto di Qualcomm.

Qualcomm ha quindi chiesto l’inibitoria di vendita degli stessi iPhone, chiedendo, in particolare, di vietare l’importazione (dalle fabbriche in Cina) degli iPhone in USA.

Sembra quindi, dalle informazioni che abbiamo, che Qualcomm non si limiti a chiedere i danni da contraffazione, ma voglia proprio bannare gli iPhone (ovviamente tutto è finalizzato a un compenso economico maggiore). Ricordiamo, a proposito, che nei paesi di common law, a differenza di quanto accade ad esempio in Italia e Germania, l’inibitoria non è automaticamente concessa se richiesta anche se il brevetto è contraffatto.

Nel caso specifico il giudice Statunitense non ha concesso l’inibitoria, in primo grado, e ha stabilito che la stessa inibitoria non sarebbe nell’interesse pubblico.

Secondo lo stesso giudice tale inibitoria avrebbe conferito a Qualcomm un monopolio nel mercato dei modem per smartphone negli Stati Uniti, e il mantenimento di un mercato competitivo era la questione più importante.

Tuttavia Qualcomm si è appellata alla decisione basandosi proprio su dichiarazioni di Apple, che ha sostenuto di aver sviluppato una soluzione software per evitare di incorrere nel brevetto di Qualcomm…. Siamo curiosi di sapere come continuerà il caso….

Ho recentemente esaminato la sentenza del Tribunale di Milano nel procedimento ex art. 669 terdecies c.p.c. N. 45209/2017 R.G. partendo dal pregiudizio che negasse totalmente la “file history estoppel”. Pregiudizio che ho felicemente scoperto non veritiero.

Per ricapitolare la “file history estoppel”, per i brevettari, è quel principio secondo il quale le ragioni addotte nel corso dell’esame brevettuale, per indicare la validità del brevetto sono fortemente considerate nel corso di una successiva causa di contraffazione.

Ad esempio, ipotizziamo che io abbia ottenuto un brevetto su un mouse ottico, rivendicando che il mouse ottico funziona con luce con lunghezza d’onda compresa tra i 380 nm ed i 250 nm e argomentando, per ottenere la concessione, che diversi test hanno mostrato che a 400 nm e a 200 nm il mouse non funziona così bene. Ipotizziamo anche che, in seguito alla concessione del brevetto, un concorrente commercializzi un mouse ottico che utilizza luce con lunghezza d’onda prossima a 200 nm. In tal caso, in una ipotetica lite, non avrei possibilità di successo in paesi che fanno forte riferimento alla file history estoppel quali gli Stati Uniti. Infatti, secondo la file history estoppel io ho precisamente dichiarato, in circostanze passate che sono sempre da tenere in considerazione, che una frequenza di 200 nm non ha a che vedere con la mia invenzione. Al contrario nei paesi dove il file history estoppel non deve essere tenuto in considerazione, quali la Germania, avrò possibilità di successo.

Sono sempre stato un fan della file history estoppel, che, a mio parere, consente di ridurre quel divario che non dovrebbe esistere: il divario tra mondo brevettuale e la realtà industriale. In particolare, seguendo la file history estoppel è possibile evitare il meccanismo del Gatto d’Angora, e consentire invece espansioni per equivalenti, anche sostanziose, delle rivendicazioni, laddove le caratteristiche non sono così importanti.

Nella sentenza citata era in discussione la contraffazione per equivalenti di un embodiment dell’invenzione che era stato esplicitamente escluso dalla rivendicazione indipendente in esame, nel corso dell’esame brevettuale presso l’EPO.

La sentenza citata inizia con una osservazione generica, a pagina 9:

Il ruolo della file history in tale contesto – ove essa non è in alcun modo formalmente ricompresa tra le fonti di conoscenza del giudice e che dunque non necessariamente deve essere conosciuta ed esaminata dal terzo e dall’esperto del ramo – non può che risultare del tutto secondario ed ancillare, suscettibile al più di fornire elementi meramente indiziari circa la volontà del titolare del brevetto di escludere o meno dalla protezione di esso determinate soluzioni, esclusione che tuttavia dovrebbe trovare primaria ed effettiva espressione nel testo brevettuale, …

Tale osservazioni mi ha preoccupato e mi è sembrato un netto importante e generico allontanamento dal principio della file history estoppel.

La sentenza tuttavia chiarisce meglio nelle pagine successive:

L’ausilio sul piano interpretativo che l’esame della file history del brevetto può fornire al giudice appare peraltro sostanzialmente delimitato al profilo della novità e/o dell’altezza inventiva e cioè in particolare alle obiezioni al testo originario formulate dall’esaminatore EPO in relazione alla prior art pertinente all’oggetto del trovato. In effetti esclusivamente sotto tale profilo sembra possibile che il percorso modificativo svolto in sede di esame della domanda di brevetto possa influire nei limiti indicati sulla valutazione propria del giudice rispetto all’effettiva estensione della protezione brevettuale – e dunque rispetto alla possibilità o meno di estendere detta portata agli equivalenti – non sottovalutando anche il fatto che tale percorso potrebbe anche ritenersi in qualche modo viziato da rilievi di carenza di novità/altezza inventiva non fondati o comunque discutibili che potrebbero aver in qualche modo impropriamente indotto il titolare della domanda di brevetto a modificarne il testo.

Il Tribunale recupera quindi in gran parte il ruolo della file history estoppel ma esclusivamente per valutare la novità e l’altezza inventiva… tale scelta appare molto saggia in virtù di quanto viene dopo.

Infatti il Tribunale fa presente che nel caso in esame la limitazione indicata dalla controparte è dovuta a un caso di added subject matter, un famigerato 123.2 EPC, e quindi chiarisce (pag. 12):

Deve convenirsi che in tal caso – a differenza delle limitazioni conseguenti ad obiezioni fondate sulla prior art – la limitazione eseguita per ovviare alla contestazione di added matter non può esercitare effettiva influenza rispetto al tema dell’applicazione della teoria degli equivalenti, posto che tale contestazione si incentra su profili formali attinenti alla formulazione letterale del testo delle rivendicazioni oggetto di modifiche rispetto alla forma originaria della domanda di brevetto. Le valutazioni invece proprie della equivalenza di soluzioni si sviluppano su elementi che non sono né descritti né rivendicati dal brevetto e si pongono pertanto su di un piano del tutto disomogeneo rispetto alla questione relativa alla permanenza della limitazione nell’ambito del contenuto della domanda originaria. Le valutazioni pertinenti alla questione dell’added matter si sviluppano infatti esclusivamente sul piano della formulazione letterale delle rivendicazioni e quindi non potrebbero ammettere soluzioni equivalenti eventualmente inserite nella limitazione ma non comprese nella descrizione o nelle rivendicazioni originarie. Ogni valutazione in ordine all’effettiva estensione della protezione del brevetto anche in relazione ai possibili equivalenti non può essere oggetto del vaglio preventivo dell’esaminatore ma attiene alle prerogative del giudice in relazione al titolo come concesso. Ritiene pertanto il Tribunale nel caso di specie di escludere che la modifica apportata dal depositante e recepita nel testo concesso possa essere in sé considerata come limitativa di ogni possibilità di interpretare la portata della tutela derivante dal brevetto rispetto a composti equivalenti al pemetrexed disodio.

Certo! Chiaro e lampante! La stessa presenza di un 123.2 EPC (Added subject matter) è invece un forte indicatore del fatto che una soluzione tecnica voleva essere tutelata dal titolare e non è stato possibile per ragioni molto spesso secondarie rispetto all’invenzione.

Per illustrare ai non addetti ai lavori il 123.2 EPC, quest’ultimo è quell’articolo che ci dice che, nelle rivendicazioni del brevetto, posso aggiungere esclusivamente quanto avevo scritto nel testo del brevetto. Tale principio è diventato talmente restrittivo che, sempre per far riferimento all’esempio del brevetto sul mouse precedente, se ho scritto in una stessa frase che il mouse comprende LED ed emette luce delle lunghezze d’onda indicate, non posso poi citare una sola delle due caratteristiche nelle rivendicazioni (non posso dire che la luce è emessa da un’altra cosa che non sia LED).

Sono quindi soddisfatto che la file history estoppel possa non essere considerata nel presente caso e che la contraffazione per equivalenti possa mitigare la tirannia dell’art. 123.2 dell’EPC.

Al contrario, per non creare mostri brevettuali, è bene che la file history estoppel sia considerata nel valutare esclusioni avvenute per mancanza di novità e di altezza inventiva.

La domanda non è retorica.

In un post di poche settimane fa avevamo citato l’inizio della sfida Apple-Qualcomm, indicando il fatto che, probabilmente, la seconda riscuotesse dalla prima royalties nell’ordine di grandezza delle decine di miliardi di dollari!

La successiva domanda può essere se i brevetti funzionano. Mi spiego meglio, se le liti finiscono dalle scrivanie delle parti alle scrivanie dei giudici, i diritti brevettuali sono in effetti efficaci?

Come probabilmente saprete i tribunali in Germania e in Cina hanno recentemente stabilito, in primo grado, che gli I-Phone 7, 8 e X sono in contraffazione dei brevetti Qualcomm (https://www.cnbc.com/2018/12/20/reuters-america-update-3-german-court-rules-apple-infringed-qualcomm-patent.html). Qualcomm ora potrebbe richiedere l’interruzione delle vendite dei detti dispositivi e Apple potrebbe appellarsi… evidentemente Qualcomm attende una proposta soddisfacente dalla controparte, prima di azionare il provvedimento.

E quindi la risposta al titolo è positiva: sì i brevetti funzionano! Sia fuori che dentro il tribunale!

Il Congresso nazionale Popolare Cinese sta studiando la creazione di un Tribunale per la Proprietà Intellettuale che costituirebbe un’unica corte d’appello nazionale Cinese.
Il nuovo Tribunale sarà probabilmente una sezione all’interno della Supreme People’s Court.
La bozza di proposta prevede che il Tribunale si occuperà di ricorsi sia circa la contraffazione che la validità dei titoli. Ricordiamo infatti che in Cina la discussione della validità e della contraffazione sono realizzate davanti a commissioni differenti.
Il nuovo Tribunale si occuperebbe di ricorsi riguardo:

  • decisioni civili di prima istanza rese da tribunali IP e vari per contraffazione di: brevetti di invenzione e modelli di utilità, nuove varietà vegetali, topografie di prodotti a semiconduttore, segreti commerciali, software e antitrust.
  • decisioni del tribunale IP di Pechino circa la validità di brevetti di invenzione e modello utilità, nuove varietà vegetali, topografie di prodotti a semiconduttore, segreti commerciali, software e antitrust, compresi i ricorsi contro il Patent Re-examination Board (PRB) e le decisioni degli uffici brevetti.

Il Tribunale di appello avrà quindi la necessaria elevata specializzazione per trattare le complesse cause brevettuali, migliorerà l’efficienza e la qualità dei casi e migliorerà la tutela giudiziaria dell’IP. A quanto pare non tratterà invece i marchi. Non si verificano quindi le speranze, di noi occidentali, di vedere meglio riconosciuto l’Art. 6bis della convenzione di Parigi.
Le modifiche al processo di ricorso mirano a migliorare l’ambiente legale per l’innovazione tecnologica, a fornire una protezione IP uguale per le imprese nazionali e internazionali ed a formare un ambiente commerciale conveniente e internazionale.

Sembra una decisione che va decisamente nella stessa direzione che l’Unione Europea sta intraprendendo da diversi anni, con la creazione della Unified Patent Court.
Le nazioni si stanno infatti accorgendo che per discutere questioni complesse, quali le tematiche brevettuali, è necessaria un elevatissima specializzazione.

Speriamo quindi che tali iniziative vedano la luce, esse infatti darebbero più certezza legale alle imprese e ai loro consulenti.

Premessa

Ricordo brevemente che il brevetto Europeo si basa sulla Convenzione sul Brevetto Europeo (EPC) stabilita nel 1973 e rinnovata nel 2000. La Convenzione sul Brevetto Europeo è amministrata dall’European Patent Office (EPO) e non ha a che vedere con l’Unione Europea (EU). Anzi, l’EPC addirittura pre-esiste all’EU. All’EPC partecipano tutte le 28 nazioni membri dell’EU (sotto in blu) che al momento include la Gran Bretagna, ed anche ulteriori 11 nazioni (sotto in rosso), tra le quali: Svizzera, Turchia, Norvegia, Islanda… più ulteriori 6 nazioni (in rosa) tra extension e validation states (includenti la Cambogia).

 

 

Broccoli, pomodori e peperoni

Secondo l’articolo 53(b) EPC, i procedimenti essenzialmente biologici per la produzione delle piante non sono brevettabili.

Tuttavia, le piante prodotte con tali procedimenti sono brevettabili?

Secondo l’EPO, in seguito a diverse sentenze dell’Enlarged Board of Appeal (G2/07 e G1/08 circa broccoli e G2/12 e G2/13 circa pomodori), le piante ottenute con procedimenti essenzialmente biologici sono brevettabili.

L’UE, al contrario, dichiarò, con la direttiva sulle invenzioni biotecnologiche (98/44/EC), che le piante ottenute con procedimenti essenzialmente biologici non sono brevettabili.

L’EPO accolse, al suo interno, la direttiva dell’EU modificando le regole 27 e 28 EPC, in particolare il comma 28.2 delle regole dell’EPC e stabilendo che le piante ottenute con procedimenti essenzialmente biologici non sono brevettabili.

L’EPO, con la sentenza T 1063/18 (peperoni) ha tuttavia deciso, pochi giorni fa, che le regole 27 e 28 EPC sono in contraddizione con l’art. 53(b) EPC, che non esclude la brevettabilità delle piante ottenute con procedimenti essenzialmente biologici. L’Art. 164(2) EPC dichiara inoltre che, in caso di conflitto tra regole e articoli, prevalgono gli articoli.

L’EPO ha quindi concluso che le parti delle regole 27 e 28 EPC in contrasto con l’art. 53(b) EPC, non debbano essere seguite e, conseguentemente, l’EPO debba continuare a non escludere la brevettabilità delle piante ottenute con procedimenti essenzialmente biologici.

Chi ha il potere di modificare l’EPC?

La risposta alla domanda della linea precedente è nell’art. 33 dell’EPC stessa che riporta:

“(1) The Administrative Council (NDR: organo interno all’EPO) shall be competent to amend: …. (b) Parts II to VIII and Part X of this Convention, to bring them into line with an international treaty relating to patents or European Community legislation relating to patents; (c) the Implementing Regulations.”.

L’EPO, nella persona dell’Administrative Council può quindi modificare non solo le regole, come fece nel caso descritto, ma anche la convenzione stessa (gli articoli) in quasi tutte le sue porzioni, tra le quali l’art. 53 precedentemente citato, per allinearla a una legge dell’EU.

Ne concludiamo che, semplicemente, la nuova sentenza, ci dice che l’Administrative Council dell’EPO sbagliò a correggere le regole 27 e 28 EPC, doveva invece correggere l’Art. 53(b) EPC.

Cosa accadrà?

Curiosando tra blog e commenti vari ho trovato diversi patent attorney che si rallegravano con la nuova decisione, sostenendo che non fosse etico che l’Unione Europea decidesse autonomamente le modifiche di un trattato internazionale al quale appartengono anche stati membri esterni. Probabilmente, alcuni membri dell’Administrative Council dell’EPO, condividono questo pensiero e preferiscono mantenere l’autonomia tra EPO ed EU, autonomia che l’EU sembra, invece non volere. Curioso infatti che l’EPO stessa amministrerà, negli aspetti pratici, il brevetto Europeo con effetto Unitario… molti patent attorney hanno la netta (e per alcuni sgradita) sensazione che, negli ultimi anni, l’EU cerchi di accaparrarsi l’EPO.

Vedremo quindi ben presto cosa deciderà l’EPO, che ha sempre prediletto, nel presente caso, un’interpretazione differente rispetto all’UE.

L’EPO si allineerà all’EU come fece pochi anni fa, modificando l’art. 53 EPC?

Oppure l’EPO deciderà autonomamente mantenendo la propria posizione e mantenendo inalterato l’art. 53 EPC?

Dopo Nike®, Apple®

e tante altre multinazionali anche Amazon® sta seguendo il nuovo trend: utilizzare marchi esclusivamente grafici, ossia marchi privi di qualsiasi lettera, parola o numero.

Nelle confezioni e sui camion Amazon®, ad esempio, si vede, in maniera preponderante, esclusivamente la “freccina-sorriso” di Amazon®, che è presente, ad esempio sul sito web, al di sotto della dicitura Amazon® stessa.

I marchi esclusivamente figurativi hanno diversi vantaggi, in primis un immediato riconoscimento, un non necessità di traduzione.

Dal punto di vista della registrazione, inoltre, questi marchi sono ideali: impossibilità di somiglianza semantica o fonetica, distintività certa, impossibilità di essere descrittivi, possibilità di protezione per qualsiasi classa merceologica anche tramite deposito di design.

Tuttavia, personalmente, storco un po’il naso di fronte a tali marchi… insomma il nostro cervello classifica tutto per parole, mi toglie sicurezza non avere parole o lettere.

Se devo raccontare a un amico dell’azienda che vende cose on-line che ha un logo che è una via di mezzo tra un sorriso e una freccia… siamo sicuri che mi capisca?

Se devo cercare on line una maglietta tecnica che ha un logo con una specie di falce… come faccio?

Ma vogliamo compararlo con la bellezza di un logo Coca-Cola®! Chiaro, riconoscibile a distanza, rassicurante!

Se proprio è necessario un simbolo opterei per una via di mezzo: un bel marchio costituito da un monogramma tipo Luis Vuitton®, McDonald’s®, Volkswagen® penso farebbe contento sia il sottoscritto che i pubblicitari!

Qualcomm sostiene che Apple sia indietro di pagamenti di licenze brevettuali di 7 miliardi di dollari! Riporta Reuters. Apple nega il debito e sostiene che Qualcomm stia chiedendo un doppio pagamento di royalties, quando Apple usa i chip di Qualcomm e tramite royalties. Qualcomm a sua volta sostiene che Apple stia cercando di distruggere il suo legittimo business dopo aver concordato con Qualcomm stessa stesso per anni.

Dai presupposti suppongo che Apple versasse cifre annuali a 10 zeri a Qualcomm per licenze brevettuali! Leggo anche che Qualcomm ha un fatturato di 19 miliardi di dollari… ed Apple di 229 G$… la cifra è importante per Qualcomm (al limite del decisivo) ma è significativa anche per Apple…

Devo suggerire ai miei Clienti di brevettare di più e di fare licencing dei brevetti… fidatevi il licensing non funziona solo per i giganti delle tecnologie ma per tutti noi. Certo dobbiamo accontentarci di cifre minori. Io mi accontenterei anche di 3-4 zeri in meno… Voi no?

Come tutti i patent attorney, sono molto sensibile al tema della brevettabilità delle CII (Computer Implemented Inventions), altrimenti detta, per non professionisti “brevettabilità del software” o più recentemente “brevettabilità delle app”. È un tema in continua evoluzione (vedesi G 3/08 EPO) per il quale è necessaria una particolare sensibilità e che mi suscita sempre il timore che ci sia sfuggito qualcosa… (timore per fortuna finora infondato).

I social network, app, cloud e nomi che si moltiplicano cooperano nel creare da parte dei nostri clienti domande complesse alle quali è d’obbligo rispondere correttamente, non solo circa il verdetto finale (è/non è brevettabile), ma anche circa le corrette motivazioni e ragionamenti.

Conseguentemente, venerdì 26 ottobre non mi sono fatto sfuggire l’interessantissimo convegno a Parma “Social networks, proprietà intellettuale e concorrenza”.

Il convegno trattava in gran parte di tematiche quali la privacy, il rapporto tra l’utente e il social network, le fake news, il mercato musicale la PI e la tecnologia… Tutte tematiche che, pur non essendo direttamente parte del mio core, sono per me, professionalmente, interessantissime.

Infatti, come posso consigliare correttamente i nostri clienti se non conosco anche il “terreno circostante” a quello del mio operato?

Così come penso che Cristiano Ronaldo sappia tutto non solo di come gestire il pallone e lo scontro con l’avversario, ma anche di diete, mental coaching, tecniche mentali per intimidire gli avversari e simili, io devo anche sapere che il mio cliente può anche evitare di brevettare un sistema che comunque sarà soggetto a licenza GNU o che, al contrario, un brevetto su una particolare soluzione tecnica è assolutamente da fare perché includerà praticamente tutte le possibili alternative realizzabili.

Il convegno andava anche nello specifico sulle tematiche brevettuali con interventi quali: “I limiti della tutela brevettuale sulle innovazioni applicate ai Social Media” e “Divulgazione sui Social Media e brevettazione”… Potete immaginare che, viste le premesse, avevo qualche dubbio sull’essermi fatto scappare qualche novità, qualche tendenza…

Invece, ho felicemente scoperto che non c’era nulla di nuovo… solite difficoltà nella brevettazione delle CII (e nelle relative spiegazioni al cliente), solita possibilità di anticipare brevetti con filmati di Youtube, pagine di Webarchive.org… Ma certo, risale al 2008 la prima volta nella quale da CTP ho presentato una prova prelevata da Webarchive.org, prima ancora che l’EPO stesso lo menzionasse nelle sue Guidelines (i legali mi confessarono pochi anni dopo che in quell’occasione, leggendo la CTP, la loro mandibola toccò il tavolo 🙂 ).

Nulla di nuovo e quindi nessuna nuova conoscenza acquisita?

Assolutamente no! Convegno massimamente proficuo!

Dopo il convegno so per certo che circa la brevettabilità e i Social Media le nostre conoscenze sono allo stato dell’arte.

Dopo il convegno posso rispondere con sicurezza che posso trattare qualsiasi argomento circa la brevettabilità e i Social Media.

Parafrasando Edison, non ho fallito nell’aggiornarmi ma ho scoperto cosa non necessitava di essere aggiornato.

E voi cosa ne pensate? Vi confrontate con i colleghi/concorrenti circa gli aggiornamenti professionali?

I titoli guadagnati e riportati sul biglietto da visita iniziano ad essere antiestetici 🙂 ! (Ho anche dovuto omettere Consulente tecnico d’Ufficio per il Tribunale di Milano o finivo tutto lo spazio 🙂 ).

Copyright degli emoticon o emojis, marchi sugli emoticon, design di emojis… la domanda “gli emojis sono protetti o liberi?” è molto frequente nel mondo IP in questi ultimi anni.

Il WIPO (World Intellectual Property Office) ha appena pubblicato un articolo in proposito che approfondisce notevolmente la tematica.

Riprendiamo di seguito il concetto con un nostro parere.

Cosa sono gli Emoji

Chiariamo innanzitutto cosa siano gli emojis.

Gli emojis sono “faccine” o piccole figure che possono essere inserite nei messaggi o nei testi in generale in linea con le lettere e parole. Tipici emojis di faccine tristi e sorridenti ma anche di fiori, frutta, animali, bandiere e altro ancora. Gli emojis sono stati recentemente standardizzati (Unicode-defined emojis) da Google® ed Apple®. Conseguentemente, un messaggio contenete emojis può essere trasferito (ad esempio con un copia-incolla) su diverse piattaforme (WhatsApp®, Google Hangout®, Facebook®…) mantenendo inalterati gli emoji: ad un emoji di una faccina sorridente mi corrisponderà sempre un emoji di una faccina sorridente, anche se leggermente diversa a seconda della piattaforma.

Possiamo paragonare gli emojis alle lettere e ai font: a un certo codice digitale corrisponde un emoji specifico, quale una faccina con gli occhi a cuore, ad un altro codice digitale corrisponderà una differente emoji, quale una faccina ridente con lacrime agli occhi e così via. Le differenti espressioni di quest’ultimo emoji sono ad esempio di seguito riportate.

Diverse espressioni di emoji che riportano una faccina ridente con lacrime agli occhi

 

Allo stesso modo, per continuare il parallelo con i caratteri e font, la lettera dell’alfabeto ”A” corrisponde ad un certo codice informatico (codice ASCII) ed è disegnabile in diversi modi, come di seguito illustrato, ma sempre in maniera che la lettera stessa sia riconoscibile.

Diversi font che riportano la lettera “A”

 

Esistono inoltre altri emojis, o icone o disegni, proprietari di piattaforme specifiche e non standardizzati (per il parallelo con l’alfabeto, si tratta di alfabeti segreti noti solo a pochi individui all’interno di una oganizzaizone). Tali Emoji, utilizzati per esempio da Skype®, non sono oggetto del presente approfondimento.

La tutela dei Font

I font sono tutelabili?

Certo che sì. Tramite deposito di design e diritto d’autore.

Esistono siti web che campano sulla vendita di licenze sui font, senza tutela crollerebbe la loro attività.

Le grandi aziende investono parecchio nella creazione e realizzazione di font proprietari, che in questo caso fungono anche da marchio della azienda stessa. Ad esempio la Apple ha creato il font “San Francisco” (https://developer.apple.com/fonts/), Google ha creato il font “Product Sans”(https://design.google/library/evolving-google-identity/), recentemente Netflix ha creato il suo font “Netflix Sans” (http://www.artwort.com/2018/03/22/design/grafica/netflix-sans/).

Sul sito del EUIPO troviamo centinaia di Font registrati come Design.

Ovviamente la tutela dei Font è difficilmente azionabile e forse più frequentemente azionata come contraffazione di marchio o concorrenza sleale (provate a marchiare una bibita con un logo avente un font analogo al font della “Coca-Cola” e scappiatemi dire le reazioni della azienda di Atlanta…)

Oppure ancora la tutela dei font sarà attuata quando troveranno il metodo di rivelare automaticamente i font pubblicati (analogalmente a quanto succede oggi per le immagini), per scoprire font proprietari scaricati illegalmente.

La tutela degli emoji

Non vedo perché la tutela degli emojis debba minimamente variare rispetto alla tutela dei font.

Fino a un anno fa, c’era molto timore e incertezza riguardo a questo settore. In particolare, secondo diverse fonti web, gli emojis più comuni appartenevano alla Apple® e molti altre piattaforme ne stavano alla larga.

Google sviluppò la sua (terribile, lasciatemelo dire) linea di emojis, di seguito riportata.

Emoji Android 7 Nougat

 

Facebook® sviluppò la propria linea di emojis (ancor più terribile):

Emoji Facebook 2016

 

Alcune piattaforme pubblicizzavano la possibilità di dare gratuitamente librerie di emojis, che si definivano quindi “open source emojis” (https://www.kickstarter.com/projects/kagetsuki/phantom-open-emoji).

Open source Emojis phantom

 

Dalla differenza che tutte le librerie conferivano agli emojis era chiaro che esisteva almeno il timore di una forte tutela degli Emojis stessi.

Gli emojis oggi

Oggi quasi tutte le case stanno convergendo su emojis più standard e simili, eloquente è la progressione di Google (nell’immagine di seguito i nuovi emojis (android 8.1) rispetto ai precedenti).

Emoji Android 8.1 Oreo (linea superiore) e Emoji Android 7 Nougat (linea inferiore)

 

Anche Facebook utilizza emojis più standard.

Emoji Facebook 2018

 

Sono disponibili librerie gratuite di emojis assolutamente standard (https://www.emojione.com/emoji/v3).

L’articolo del WIPO

L’articolo del WIPO giunge proprio in questo contesto e, fingendosi un articolo puramente informativo, finisce per essere un importante punto fermo per chiunque voglia affrontare l’argomento, giudici di ogni paese compresi.

Tale articolo arriva a sostenere:

most individual emojis will not receive copyright protection…

…Even if an individual emoji qualifies for copyright protection, its scope of protection may be quite narrow. …

Does the world really need hundreds of slightly different emoji implementations of the smiley? No, but copyright law may motivate platforms to proliferate variations nonetheless.

 

L’articolo del WIPO, sostanzialmente, sostiene che non sia conferibile alcuna protezione agli emoji codificati! L’articolo del WIPO è quindi molto più di un blog post, è una linea guida per la giurisprudenza di tutto il mondo.