Quanto può concretamente valere un brevetto?

Riporto il confronto tra due oggetti identici (due aeratori per rubinetto) uno di tipo tradizionale e ormai di libero mercato, e uno di nuova concezione e protetto da diversi brevetti.

Da notare che entrambe gli oggetti hanno lo stesso distributore, circa lo stesso prestigio di marca, la stessa nazione di produzione e sicuramente ha maggiori costi di produzione il prodotto più economico, essendo in metallo cromato e non in polimeri.

Un’immagine vale 100 parole…

21 € contro 1,80 €!!! Il brevetto aumenta il valore finale del 1167%!!!

Lo diciamo sempre: chi non innova e non protegge la propria innovazione fa la “guerra dei poveri”!

CrossFit vs. Mike Mentzer: quando un marchio fa la differenza

Può un marchio fare la differenza?

Attenzione non parlo di un marchio già affermato, ne del marketing ad esso collegato e nemmeno della bellezza del marchio, ma proprio della semplice presenza del marchio.

È una domanda difficile alla quale rispondere, oggi tutto ha un marchio, ma ho trovato un campo che può aiutare a dare risposta. Il campo dell’attività fisica.

Il “Crossfit” è una nuova disciplina sportiva che mischia diverse attività aerobiche e pesistiche, nonché movimenti tipici della ginnastica in una stessa sessione. Il Crossfit predica allenamenti periodici continui e continue variazioni di esercizi e movimenti. Gli allenamenti di Crossfit si eseguono con strumenti semplici ma non comuni e in palestre dedicate. Il Crossfit è stato creato nel 2000 da Greg Glassman e conta oggi più di 10 mila palestre affiliate in tutto il mondo.

Mike Mentzer negli anni ’70 rivoluzionò la tipologia di allenamento nel bodybuilding. Secondo questa nuova metodologia le sessioni di allenamento dovevano essere molto più rade e brevi di quanto non lo fossero precedentemente. Mentzer aveva sperimentalmente misurato i tempi di pausa migliori per raggiungere una maggiore crescita muscolare, ed era arrivato a soluzioni impreviste (anche più di due settimane!) che aveva applicato con successo su se stesso e sui suoi atleti.

Entrambi gli allenamenti hanno goduto e godono di notevole stima e riconoscimenti, ma, mentre il primo si è trasformato in un movimento internazionale da tutti conosciuto, il secondo è noto solo agli esperti. Come mai?

Qualcuno sostiene che l’allenamento di Mike Mentzer non necessita di strutture diverse e, non dovendosi differenziare, non è emerso. Tuttavia tale motivazione non è corretta. Anche l’allenamento di Mentzer prevede strutture presenti in poche palestre e istruttori preparati, che non prendano in giro gli atleti perché si allenano raramente o perché utilizzano dischi molto leggeri su bilancieri pesanti (la metodologia di Mentzer prevede un aumento costante e leggero dei pesi sollevati, ne consegue che è necessario incrementare anche solo di un chilo un bilanciere da 70-100kg). Immagino che se ci fossero palestre che riportano il nome di Mentzer molti sarebbero iscritti.

Ora pensate di essere un atleta amatore di una e dell’altra disciplina e di rispondere alla domanda: “Che sport fai?”.

Nel primo caso rispondete senza dubbio: “Faccio Crossfit”.

Nel secondo caso cosa rispondete? Rispondete “Faccio pesi e mi alleno secondo la metodologia di Mike Mentzer”? Oppure rispondete “Faccio pesi” senza nulla aggiungere? Direi la seconda.

Ma c’è di più: quando leggo “Crossfit” so che andrò da un certo tipo di istruttore, in un certo tipo di ambiente e troverò un certo tipo di compagni. Quando vado “in palestra” ho solo un punto di domanda.

Sì, certo, anche Mentzer aveva dato un nome al suo allenamento (Haevy-Duty) ma non lo aveva mai proposto al di fuori del titolo dei libri e comunque lo aveva sempre utilizzato in secondo piano.

Dare un nome alle cose è in realtà in parte darle consistenza, creare un’ancora mentale negli utilizzatori. Si dice che quando si nomina una persona, nel bene o nel male, la si rafforzi. Io credo che sia vero, se nomino qualcosa lo rafforzo, lo divulgo, lo espando. Ma come possono nominare qualcosa che non ha nome?

Detto ciò, penso di aver risposto alla domanda che ha aperto il post.

Per piacere Warner, contraffai il nostro marchio!

Si è concluso un giudizio legale negli Stati Uniti tra la Fortes Grand, una azienda produttrice di software, e la Warner Bros.

L’oggetto del contendere è stato il marchio “Clean Slate” registrato da Fortes Grand e denominante un software per la pulizia del computer (https://www.fortresgrand.com/products/cls/cls.htm).

Lo stesso marchio è stato utilizzato in una scena dell’ultimo Batman “Il cavaliere oscuro – Il ritorno (The Dark Knight Rises)” (https://www.youtube.com/watch?v=rh7mqfdzYLE).

In tale scena “Clean Slate” era il nome di un programma che credo servisse a cancellare tutti i dati on-line di un soggetto, per consentirgli di acquisire una nuova identità.

Il giudice ha stabilito che non ci fosse contraffazione, perché la Warner non ha mai offerto alcun prodotto in vendita con tale nome. In effetti non vedo proprio come qualcuno abbia potuto pensare diversamente. Piuttosto avrei intentato una causa per diffamazione del marchio, ma anche in questo caso senza sostanziali possibilità.

Ma la vera notizia è la causa in sé! Quando le aziende pagano milioni Hollywood per avere i propri marchi inseriti nei film (fate caso ai film Hollywoodiani, sempre più simili a giganteschi spot pubblicitari), una casa produttrice, che casualmente ha un prodotto nominato in un film di prim’ordine, si lamenta e chiede un risarcimento!

Accidenti, scriverò oggi stesso alla Warner. Se intendono dire nel prossimo Batman che Bruce Wayne si rivolgerà alla Lunati & Mazzoni per la tutela della proprietà industriale (ad esempio vedo parecchie cose brevettabili tra, costumi, armi e batmobile…), non sporgeremo denuncia!

Ma allora perché la causa? A mio parere la risposta è semplice: chi avrebbe notato una semplice omonimia senza la risonanza della causa legale? Nessuno! Ora invece la notizia rimbalza in tutti i blog!

Operazione Tesla: un pubblico “cross-licensing”

In questi giorni rimbalza sui blog di tutto il mondo il comunicato di Tesla Motors, che, apparentemente, rinuncia ai propri brevetti in nome del bene comune.

Ovviamente, tutti noi della proprietà industriale, ci siamo interrogati sull’operazione.

In particolare, alcune motivazioni citate sul blog di Tesla mi sono sembrate molto strane. Ad esempio, lo scrittore dell’articolo di Tesla sostiene che i brevetti sono spesso utilizzati solo per punire contraffattori inconsapevoli, a scopo di lucro (il cosiddetto “trolling”). Beh, mi viene da dire che se sei contrario a tale uso dei brevetti basta non usarli così… come dire “non utilizzo più il microonde perché ho letto sul giornale che qualcuno ci ha messo volontariamente dentro il gatto” … io il microonde continuo a usarlo, senza metterci dentro il gatto …

Per capire le motivazioni di Tesla (ovviamente sempre a mio parere) é necessario analizzare due cose:

  • i vantaggi dell’open source,
  • i dettagli della lettera del blog Tesla.

Per quanto riguarda i primi, l’open source ha il vantaggio di creare rapidamente, in modo automatico e senza fatica, una ampia rete di collaboratori e sviluppatori che contribuiscono al successo dell’intera comunità. Ad esempio il software Linux ha creato una fitta reti di collaboratori, sviluppatori, rivenditori e consulenti, che hanno colto il business in breve tempo e totalmente gratuitamente, diffondendo enormemente il prodotto e creando vantaggi secondari non direttamente connessi alla vendita del software.

In effetti, come ho letto sul blog di un mio collega, questo è quanto serve anche a Tesla, che ha un enorme fetta di mercato delle auto elettriche (43%) ma una scarsa fetta di mercato del settore auto completo (come sostiene la stessa Tesla, circa l’1%). Una fitta rete di collaboratori sparsi nel mondo può erodere punti alla prima fetta di mercato, ma sicuramente compensa, aumentando la seconda fetta di mercato, che è enormemente espandibile.

In secondo luogo Tesla non abbandona in realtà i propri brevetti, ma li mantiene e li offre in licenza a chi li adopera in “buona fede” (“Tesla will not initiate patent lawsuits against anyone who, in good faith, wants to use our technology”) … Cosa significa? Secondo me significa ok agli sviluppatori di “app” che a loro volta mi cedono la loro tecnologia, no ai clonatori. Altrimenti Tesla avrebbe semplicemente non pagato più le tasse di mantenimento in vita dei propri brevetti, lasciandoli decadere.

Sostanzialmente, Tesla sta facendo un enorme operazione di cross-licensing (per i non addetti ai lavori cross-licensing significa: “io ti lascio usare il mio brevetto e tu lasciami usare il tuo”). Tale operazione non è poi così diversa da quella che hanno fatto negli ultimi 15 anni i produttori di telefoni cellulari prima che Apple desse fuoco alle polveri.

Ovviamente Tesla, maestra di comunicazione,  ha giustamente approfittato per realizzare, nello stesso tempo, una incredibile operazione pubblicitaria, completamente gratuita.

Complimenti a Tesla, complimenti all’open source e complimenti anche ai brevetti (anche se ingiustamente passati per cattivi nell’operazione Tesla). Senza brevetti infatti Tesla Motors sarebbe costretta a produrre in segreto le proprie macchine per impedire clonazioni e non avrebbe potuto realizzare tale operazione.

Pollice verso nei confronti del trend grafico dei marchi

Da diversi anni ormai il design e la moda sono orientati al minimalismo.
Personalmente è un gusto che condivido in pieno. Ad esempio in architettura di interni, mi piacciono gli spazi lineari, vuoti, bianchi, ampli e non ridondanti. Certo sto ben attento a non togliere anche tavoli, sedie e letti in nome del minimalismo!
Il trend minimalistico si sta imponendo anche sui loghi o sui nomi, in maniera molto più decisa. In questo campo sembra invece che i grafici stiano proprio togliendo “sedie e tavoli”, se non il pavimento e le pareti stesse.
Guardiamo per esempio all’immagine di tre marchi noti… notate niente? I nomi e le parole sono scomparsi!
Splendido, nessun problema di lingua, nessun problema di pronunce diverse, un aspetto grafico lineare e gradevole.
Tuttavia mi sorge spontanea una domanda: come dico a un mio amico di trovarci da Starbucks? Gli dico ci vediamo dalla sirena verde? E siamo sicuri che mi capisca?
Come cerco la vendita di scarpe Nike nel mio quartiere? Disegno la piuma della Nike sul motore di ricerca?
Lo stesso trend lo stanno seguendo molti loghi: disegni inesistenti, nomi descrittivi in Helvetica, in due parole: “marchi invisibili”. Risultato: qualsiasi investimento per valorizzare il marchio sul mercato finisce in gran parte nella spazzatura.
Guardate invece Google, Apple (che sta facendo retromarcia e arricchendo la sua mela almeno di un riflesso luminoso), Amazon, i marchi si devono distinguere e nominare con rapidità e semplicità, quindi no ai marchi barocchi ma no anche ai non-marchi.

Brevetti curati da Lunati & Mazzoni trionfano al “Salone Internazionale delle Invenzioni” di Ginevra

A Ginevra, sotto l’alto patrocinio della Confederazione Elvetica e dall’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (OMPI), al “42° Salone Internazionale delle Invenzioni, delle tecniche e dei prodotti nuovi” tenutosi dal 2 al 6 aprile di quest’anno, una giuria internazionale, composta da oltre 70 membri qualificati di diversi paesi, ha premiato VACUST, cliente dello studio brevetti e marchi Lunati & Mazzoni, che ha curato i brevetti premiati, con le attestazioni di “Annual Award Tesla” con il riconoscimento della Delegazione Italiana, oltre al premio “Medaglia d’oro con congrats” fra più di 750 invenzioni concorrenti provenienti da tutto il mondo.

Complimenti quindi a VACUST e al suo ideatore Alessandro MAZZUCCHELLI, che ha dato risalto al nostro paese!

Un altro grande successo dei nostri incredibili clienti e della nostra società!

 

Se non ho Ronaldo, mi tengo comunque Osvaldo e Immobile

Stamattina sono entrato in un negozio di giocattoli. Mi sono soffermato su mattoncini da costruzione non della nota marca Danese, ma compatibili con gli stessi. Tali mattoncini erano in bella vista nel negozio e avevano trovato importanti collaborazioni con altri brand.
“Questi sono compatibili, ed hanno un prezzo molto minore, la nota azienda Danese ha perso la licenza” mi ha detto il venditore.
Come sanno tutti quelli che fanno il mio lavoro, pochi anni fa è accaduto che la nota azienda di giocattoli non ha ottenuto un marchio Comunitario di forma relativo ai mattoncini. La stessa azienda ha provato a difendere il marchio strenuamente, fino all’ultimo grado di giudizio Europeo, ma ne è uscita sconfitta.

Col senno di poi, l’errore della azienda è stato notevole. La stessa azienda infatti aveva ottenuto precedentemente (e credo che tuttora abbia) altri marchi tridimensionali nazionali che, sebbene difficili da difendere, esistevano anche solo a scopo deterrente. Ora anche l’effetto deterrente è scomparso.
Il fatto che tale effetto deterrente sia scomparso è evidente: i mattoncini compatibili sono in vendita non solo su siti web alternativi o nel retro di negozi, ma anche nei migliori negozi!

Tutto ciò mi ha fatto riflettere su due cose:

  1. non è una scelta ideale far fede esclusivamente sulla “forza bruta” data da titoli di proprietà industriale “traballanti”,
  2. un titolo di proprietà industriale “traballante” ha comunque valore e va gestito con ancora maggiore attenzione rispetto ai titoli “forti”.

Ad esempio, se fossi stato il consulente della nota marca Danese avrei consigliato loro di combattere battaglie minori, a maggiore possibilità di vittoria, per farmi una fama da azienda guerrafondaia e pericolosa nel campo della proprietà industriale. Avrei invece sconsigliato lo scontro frontale in campo Comunitario e cercato un accordo economico con la controparte.
Il mondo della proprietà industriale è pieno di esempi di titolo “traballanti” amministrati con maestria che hanno fatto la fortuna di grandi aziende.

Concludo con un paragone calcistico, per richiamare il titolo, nel quale i titoli di proprietà industriale sono gli attaccanti di una squadra, mentre il marketing, l’amministrazione, e la pubblicità sono il resto della squadra.
Alcuni attaccanti, molto forti, sono in grado di reggere il peso di un’intera squadra. Per questi attaccanti è sufficiente un pallone sporco arrivato dalla difesa per determinare l’esito di una partita.
Altri attaccanti non hanno un simile talento, ma sono comunque in grado di far vincere la squadra se ben serviti e ben coperti. Questi ultimi non devono essere lasciati soli e devono essere supportati
È chiaro che i primi valgono di più dei secondi, ma è altrettanto evidente che anche i secondi sono importati od addirittura fondamentali.

Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori

Ricordo quando ho voluto cambiare, senza assistenza, la batteria del mio portatile, rifornendomi presso il mercato parallelo dei ricambi.
Il computer era pieno di warning, ma, mi dicevo, quelli sono per gli incapaci, io ne so di più.
Avevano persino previsto una vite con una testa triangolare, così che non fosse accessibile per mezzo di cacciaviti in commercio… ma sono riuscito a superare anche quell’ostacolo (nessuno immagina la potenza dei coltellini multifunzione svizzeri…).
Risultato, il computer è finito in assistenza dopo essere saltato e dopo aver rischiato la bruciatura totale… forse quei warning non erano messi a caso…

Esiste qualcosa di economicamente più pericoloso del sostituire una batteria senza specifiche competenze, ossia leggere un brevetto senza competenze specifiche ed esperienza specifica e trarne le conclusioni senza essersi consultati con un patent attorney.

A mio parere la banche dati brevettuali dovrebbero presentare gli stessi warning, vorrei legge sulla home page di Esapacenet un bel “Vietato l’accesso ai non addetti ai lavori” o un “Attenzione, l’ambito di tutela dei brevetti è molto complesso da individuare, leggete i brevetti solo come fonte di informazioni tecnologiche”. Magari terrebbe lontana la stampa, in quei rari casi in cui si addentra nel mondo dei brevetti tratta gli argomenti in maniera del tutto errata. Qualcuno ricorda come fu trattato il caso del cosiddetto “doppio click Microsoft”? In breve una semplice porzione di testo che descriveva la tecnica nota è stata scambiata per l’ambito di tutela del brevetto, la stampa gridò allo scandalo dicendo: “La Microsoft ha brevettato il doppio click del mouse”…

È bene tener sempre presente che le banche dati sono piene di brevetti di qualsiasi tipo.
Voglio sottolineare che:

  • non tutto quello che è scritto in un brevetto è protetto,
  • non tutto quello che è scritto nelle rivendicazioni di un brevetto è protetto,
  • non tutti i brevetti sono concessi,
  • non tutti i brevetti sono in vita,
  • non tutti i brevetti concessi sono stati esaminati…

Insomma, se non conosciamo l’ambito specifico di tutela del brevetto, correttamente interpretato da un professionista, rischiamo di fare molti, ma molti danni.

Le regole auree sono semplicemente due:

  1. Quando qualcuno vi avvisa di un brevetto che potrebbe essere contraffatto da un vostro dispositivo non credetegli, ma appuntatevi il nome del titolare o il numero di brevetto e, se riuscite, fatevi mandare una conferma scritta;
  2. Non leggete neppure i brevetti coinvolti (perché incorrere in rischi di valutazioni fuorvianti anche se provvisorie?) ma girate immediatamente il problema al vostro patent attorney.

E infine, segnalo che è concorrenza sleale accusare di contraffazione senza un valido brevetto o senza un brevetto che protegga realmente il presunto oggetto di contraffazione. Mi raccomando, se vi minacciano in tal senso fatevi mandare una conferma scritta, magari ricavate una prova di concorrenza sleale a vostri danni.

Date un nome alle vostre tecnologie

È arrivata “Attila”, la nuova corrente fredda.
Da un paio d’anni le correnti calde o freddo hanno preso un nome. Abbiamo avuto Caronte, Virgilio, Lucifero e altri ancora. Non so se è una mia impressione, ma da quando le perturbazioni hanno un nome, sono più note, più chiacchierate, più conosciute e meglio combattute.
Altro non è che il potere del nome.
Il nome ha certo un potere al di là di una semplice etichetta. Per secoli si è discusso se il nome determinasse in modo importante le caratteristiche di oggetti e persone.
I moderni sociologi attribuiscono grande importanza al nome, che quantomeno, ha la proprietà di creare una link nel nostro cervello, o meglio una folder nella quale inserire tutto ciò che riguarda l’oggetto nominato.
Avrete capito, dove voglio andare a parare: la sua importanza nell’industria.
Ora non voglio andare a classificare il valore dei marchi più noti, no, voglio fare qualcosa di diverso, voglio evidenziare l’importanza dei marchi più “piccoli”, dei marchi di caratteristica o di qualità.
Qualche esempio?
Che macchina avete? Un diesel moderno che consuma poco o un common rail?
Avete un computer con un nuovo disco rigido veloce o con un SSD?
Avete un televisore piatto o un LED LCD?
Avete una macchina con un sistema che modula precisamente e automaticamente la frenata o una macchina con ABS?
Ma non solo ogni piccola caratteristica innovativa merita un nome. Dandole un nome le darete consistenza se non addirittura essenza. Dandole essenza le darete qualità, e darete qualità alla vostra macchina e alla vostra azienda.